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venerdì 25 gennaio 2013

Che aria tira a Yellowstone

Immancabilmente, prima o poi ogni inverno mi ammalo.
Raffreddori, influenze, sinusiti, ma ho fatto anche una polmonite, una broncopolmonite, una tracheite...
Sara' colpa del freddo?
E com'e' allora che in questo posto da pinguini sono sano come un pesce?
Qui dove ho sciato con 0°F (-18°C), dove a un certo punto mi e' venuta la nausea, le mani hanno smesso di funzionare, il naso ha cambiato colore e se qualcuno non mi avesse detto in tempo che avevo un principio di congelamento ora avrei qualcosa di peggio di una semplice crosta di pelle morta?
Insomma, io ce la metto tutta per ammalarmi, ma davvero, non succede niente.

E neanche i miei colleghi. Nessuno starnuto, colpo di tosse, scatarramento, nessun naso rosso.


Le mie ipotesi sono 2, e rigorosamente prive di evidenza scientifica:
- e' tutto merito delle case farmaceutiche americane e del loro flu shot, che ha estinto le malattie
- e' tutto merito dell'aria frizzante che si respira.



Mi piacerebbe, a sostegno di quest'ultima ipotesi, snocciolarvi dati sulla qualita' dell'aria di Mammoth, dove abito. Ma non trovandoli, posso sempre citare i dati di Old Faithful, localita' poco distante da qui dove c'e' l'omonimo geyser. Dove, nonostante transitino motoslitte e cingolati, molto piu' inquinanti delle auto che transitano qui, nell'inverno 2011 si sono registrate concentrazioni di PM2.5 inferiori a 5 mg/m³, contro i 65 mg/m³ di gennaio 2011 a Torino Lingotto.

Interessante anche vedere come in 8 anni questi valori sono scesi di ben 4 volte, di pari passo all'introduzione di Best Available Technologies (BAT) e alla diminuzione del parco veicoli, che da 35mila son diventati meno di 10mila.
E se lo facessimo anche a Torino?

martedì 6 novembre 2012

Come votano gli abitanti di Yellowstone


Gli americani sono chiamati oggi a votare per scegliere chi tra il presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney guiderà il Paese per i prossimi quattro anni.
In anteprima per i miei lettori, ho raccolto intenzioni di voto degli abitanti di Yellowstone, che riflettono l’incertezza di queste ore.

Aquila di mare testa bianca: “Io sono il simbolo del potere degli Stati Uniti d’America, temuto e rispettato in tutto il mondo. Il mio ruolo istituzionale mi impedisce di esprimere le mie intenzioni di voto… per Mitt Romney.
Falco pellegrino: “Si sa che noi falchi votiamo a destra, da che mondo è mondo. Vogliamo una politica estera… con gli artigli!”
Gufo grigio: “Mi piace uscire la sera e mi capita di stare in piedi tutta la notte, ma… che dite ce la farò a svegliarmi in tempo per andare a votare?” 


Western Tanager: “Sono un passeriforme dal piumaggio incredibilmente colorato. Ogni inverno torno in Messico, e Obama ha promesso di rendere la vita di noi migranti piu’ facile. ¡Andale Obama! ¡Si se puede!”
Grizzly: “A Yellowstone vige la legge del più forte, questo non deve cambiare e mai cambierà. Per questo il mio cuore batte per Mitt. Go America, go Romney!”
Orso nero: “Obama ha il mio voto. Non lo dico solo in qualità di orso di colore, ma anche di cittadino stufo delle angherie che subiamo da tempi storici da parte dei grizzly.
Ground Squirrel: “Votare? Noi siamo in letargo da 2 mesi e non ne vogliamo sapere di uscire di casa, se ne parla un’altra volta”.


Bull Elk: “Io sono dell’idea che chi comanda è quello che ha le corna più grosse. O in alternativa quello che le spara più grosse. Mitt Romney, ovviamente. E ora comincia a correre, mi ricordo bene di te."
Cow Elk: “Noi donne siamo stufe di vivere in una società patriarcale... vogliamo la possibilità di decidere se portare avanti le gravidanze indesiderate o meno. Obama difende i nostri diritti!”
Bisonte americano: “Se ci date fastidio ci arrabbiamo anche noi, ma per il resto siamo mammiferi bonari e pacifisti. Obama ha il nostro appoggio!”
Lupo bianco: “La maggioranza dei bianchi vota repubblicano. E io sono fra quelli.
Lupo nero: “Il 95% di noi afroamericani vota Obama… ho detto tutto!”


Coyote: “Obama vuole impedire l’uso di armi da fuoco automatiche, e io voterò per Mitt. Come, a cosa mi serve un’automatica… a far fuori Beep Beep, quel dannato volatile che corre piu’ veloce di me!”
Couguar: “Sono un felino solitario, elusivo. Non mi piace farmi vedere in giro da nessuno, e ho approfittato delle prime luci dell’alba per votare Obama… il motivo? Ho un debole per Michelle, quella pantera con gli artigli!”
Pika: “Siamo dei piccoli mammiferi simili a cavie. Viviamo nelle zone più fredde ed elevate di Yellowstone e ci sentiamo minacciati dal global warming! Votiamo Obama, nella speranza che si dia una svegliata in materia!


Serpente a sonagli
: “Adoro l’odore di topolino la mattina presto… mi dà una sensssssazione di… vittoria. Di Romney, mi auguro!”
Lake Trout: “Siamo trote invasive, introdotte di recente nel Lago Yellowstone da mano sconsiderata, e a farne le spese sono le trote locali, piccole e indifese. Ci piace l’assunto che pesce grosso mangia pesce piccolo. Forza Mitt!”
Il Labrador del Superintendent: "Mitt Romney è il peggiore nemico dei cani d’America! Nel 1983 trasporto' per mille miglia Seamus, un setter irlandese, in un trasportino legato al tetto della sua auto. Pensiamo che chi tratta male i cani non puo' governare l'America. Lunga vita a Obama!

venerdì 2 novembre 2012

Me myself and I


Seppure abbia passato una vita a desiderare di trovarmi into the wild, mi rendo conto ora di quanto sono poco abituato allo stare da solo.
Voglio dire, in questo momento sto da Dio, ma ci sono dei momenti della giornata in cui sento che manca qualcosa.
E’ come se ci fossero 2 anime in me, così distinte, così contrapposte. C’è il Lorenzo di mondo e c’è il Lorenzo che sta bene da solo, in un angolo di mondo.

Giorni fa, tornando dall’ufficio, vedendo come la prima neve aveva reso il paesaggio così diverso da prima, mi è venuta la voglia di andare a farmi una corsetta da solo nelle colline qua intorno. Così, per salutare la prima spolverata di neve, facendo un po’ di movimento all’aperto.
Guanti, cappello, pile, e ben saldo in mano l’immancabile bear spray… yeah man, è pericoloso camminare, figuriamoci correre da solo davanti a un grizzly.
Ai piedi ho le mie nuove scarpe da “trail running”, adatte cioè a correre sullo sterrato. Ma c’è ben poco di “trail” nel mio itinerario: appena uscito di casa lascio il sentiero per dirigermi verso una collinetta dove non ero mai stato.
Arrivato lassù, nella luce bluastra che rende tutto meno distinto, intravedo fra qualche masso isolato, gli alti ciuffi di erba secca e i cespugli di sagebrush, una grossa coda di animale. Un lupo?


Per fortuna è solo un coyote. Anzi, Dev’essere lui, quello che ogni tanto sul far della sera fa capolino, guardingo, tra i trailer del mio villaggio (no, baby, non vivo nell’anteprima di un film, bensì in una piccola abitazione prefabbricata stile campo base). Mi sta simpatico, il coyote, e non mi avvicino per non disturbarlo.

Mi guardo intorno. Il sole è tramontato da un po’. L’aria è secca, frizzante, e ad ogni profondo respiro mi sembra di riempire i polmoni di ossigeno allo stato puro.
Non c’è traccia di vento. Posso distinguere un solo odore: il solito sagebrush, questo arbusto che diffonde la sua essenza di assenzio nelle zone aride di tutto il West. Se avete visto qualche film Western non potete non averlo notato. Non si direbbe che la temperatura è scesa di diversi gradi sotto zero. Nel cielo blu brillante limpidissimo si vedono già le Pleiadi, ma è Venere che la fa da padrone.
Da qui, su questa specie di promontorio, mi sembra di dominare il mio piccolo mondo di Yellowstone. Il mio campo base è un gruppo di luci nell’oscuro del bosco di abeti di Douglas.
Intorno a me le sommità sono completamente innevate e si confondono con delle nuvole bianchissime, così come sono bianche le distese di travertino intorno alle sorgenti termali, che lasciano uscire un ampio pennacchio di vapore. Bianco, ovviamente.
E più in basso, si distinguono
in lontananza gli edifici storici di Mammoth, ancora illuminati da questa luce così sobria ed elegante. Quelle case per me in quel momento rappresentano la civiltà, così lontana da me.

E così, tra un bel respiro e l’altro, maturo il pensiero che la felicità sta qui, su questa sommità, a due passi da casa mia. Niente al mondo è meglio dello spettacolo a cui io assisto, solo, in questo angolo di mondo. In questo momento a Torino è notte, a New York è notte, in Cina è mattina, alle Hawaii pomeriggio, e qui, solo qui dove sono io e in una stretta striscia che corre sulla superficie della Terra è crepuscolo. Forse in California il sole ancora colora di rosa qualche nuvola ma deve essere terribilmente banale, comparato a questa luce e la neve e le nuvole e i pennacchi bianchi che continuano a salire di sbieco e perdersi nel blu.

Poi la mia attenzione si posa su un grande branco di elk poco sotto alla collina, che si mettono a correre di improvviso, come se avessero visto un predatore. In effetti non si aspetterebbero di vedere un umano fuori da sentieri, strade e auto, e la reazione è scomposta, ma così tremendamente coreografica.
Osservo le femmine attraversare correndo lo spazio della mia visuale sulla radura, con il maschio che segue con fare baldanzoso con il suo passo per nulla scomposto, e scruta verso di me per capire cosa abbia spaventato le sue femmine. Vi ricorda qualcosa?
E più che essere impaurito, io so solo che sto assistendo a una visione incredibile, ma poi mi sento di troppo in quell’angolo di paradiso. Ho rotto l’incantesimo, spaventando i cervi, che se stanno andando via. E soprattutto mi dispiace che nessun altro abbia assistito a questo spettacolo che volge al termine.
E nel frattempo è già buio, i colori sono svaniti d’incanto e non resta che tornare a casa, e in fretta anche.
Era sogno o realtà?

Mi rendo conto di come

Happiness only real when shared.

mercoledì 24 ottobre 2012

Uomini e Cervi, una convinvenza forzata. E un po' di polemiche.



Se avete letto il post precedente, vi saresti chiesti anche voi: Com'e' possibile che uomini e cervi vivano assieme?  Vi eravate anche chiesti come fosse possibile che Lorenzo non si fosse ancora addentrato in qualcuna delle sue numerose polemiche... eccole finalmente! Anche a Yellowstone, perche' no.
Inizierei pero' con una piccola divagazione divulgativa (o divulgazione divagativa?) in stile "brutta copia di Alberto Angela". Ovvero: brutta copia della brutta copia di Piero Angela.

L’Homo sapiens e i suoi antenati sono presenti sulla scena di questo mondo da milioni di anni, e nel corso della storia recente del nostro pianeta, l’uomo ha avuto un ruolo importante nell’ecosistema. Gli animali selvatici hanno un’innata avversione verso di noi, considerandoci predatori e pertanto da evitare.
D’altra parte è nella nostra natura la curiosità e l’attrazione verso quegli stessi animali selvatici, ed ecco che i turisti di Yellowstone che tirano fuori teleobiettivi stile paparazzi per portarsi a casa un primo piano di bull elk... non sono altro che l’evoluzione imborghesita del cacciatore del Pleistocene (che tristezza, ma che ci volete fare).
E mentre è sacrosanto riconoscere e tutelare il bisogno innato di ognuno di noi di cercare il contatto con la natura e la fauna selvatica, e quindi difenderla con l’istituzione di Parchi, aree protette e regolamentazioni, non è poi così scontato che vada difesa la necessità di alcuni individui di ritrovare le proprie origini imbracciando un fucile e sparando alla fauna selvatica. Ma questa e' una divagazione nella divagazione, andiamo avanti.

Tornando a Yellowstone, in alcuni posti particolarmente affollati dai turisti sono saltati tutti gli schemi del normale rapporto uomo – fauna selvatica. Perché i wapiti vengono a pascolare tra le case e i turisti di Mammoth?

Cow elk davanti all'Hotel
Se si viene nella bella stagione, il motivo principale è chiaro, e arrivando in paese non si può non notare il verde brillante dei prati irrigati, che fa molto “campo da golf” e c’entra poco con le distese brulle e aride che caratterizzano le zone circostanti del Parco.
D’inverno poi, nonostante la neve ricopra questo scempio, i wapiti ritengono opportuno restare in paese, perché dove ci sono gli uomini non ci sono lupi, coyote e puma.

Foto di Doug Smith - Yellowstone Wolf Project
Andando a censire gli irrigatori - posa in stile crocifisso sfruttando
il piedistallo del GPS - foto Virgilio Gomez Rubio

Ed è proprio qui che il rapporto uomo - animale diventa vizioso. La convivenza con gli uomini ha fatto saltare completamente le abitudini e gli spostamenti di questi animali, regolati da un meccanismo naturale e fondamentale, la predazione da parte del lupo e degli altri carnivori.

Uno si chiede che senso abbia, nel Parco più selvaggio d’America, che i prati di Mammoth vengano irrigati. Qui dove le foreste vengono lasciate bruciare (e rigenerarsi, tranquilli) dagli incendi naturali, e dove per primi al mondo hanno capito che per preservare bisogna lasciar fare alla Natura (anche nella sua crudezza), esistono - solo a Mammoth - la bellezza di duemila irrigatori a pioggia. Lo so perche’ io e un altro stagista li abbiamo dovuti censire e geolocalizzare uno ad uno, infilandoci nei giardini delle case dei dipendenti. E venendo pure scambiati per due malviventi ispanici dalla mamma di un ranger.

Il motivo ufficiale di questo inutile spreco d’acqua è che, fin da quando, sul finire dell’Ottocento, questo avanposto nella wilderness è stato fondato, come quartier generale dell’esercito che fronteggiava bracconieri e cacciatori di pelli, i prati venivano irrigati per il benestare degli alti ufficiali che stazionavano qui. Addirittura venne livellata una collina per riversare qui la terra adatta alla crescita dell’erba, e ricoprire le sterili distese di travertino, la roccia sedimentaria calcarea che caratterizza questo luogo.



Ed essendo che in America tutto ciò che è più vecchio di 100 anni è storia, questi prati sarebbero un fattore culturale da preservare, al pari di geyser, flora, fauna e quant’altro.
Al costo di impiegare personale che monitora costantemente la localizzazione degli ungulati, per tenere alla larga i turisti più impertinenti, cercando di evitare danni a cose e persone.

E oltre ai danni dei cervi, si aggiungono i bisonti, come Chief Bison, cosi’ lo chiamavamo, che soleva ruminare qui, appena sotto la finestra del mio ufficio, che ha ridotto quasi in fin di vita un turista tedesco che si era avvicinato troppo. Poi soppresso. Il bisonte, non il turista. Alla faccia del non intervenire lasciando la natura a se stessa!

Questi pericoli però non sono un deterrente per il turismo.
Anzi. Per ogni vittima di questi incontri ravvicinati ci sono migliaia di turisti che tornano a casa vittoriosi, sfoggiando come trofeo un bel primo piano di questi animali (magari tagliando i SUV sullo sfondo che fanno un po’ zoo safari) e qualche centinaio di dollari in meno spesi tra hotel, ingresso al Parco e souvenir vari.
Insomma, il tutto a mio parere si riduce a una mera questione di immagine e marketing. Per una buona causa, vabbeh.

martedì 23 ottobre 2012

Sette scalini sopra il pericolo



E qualche gradino sotto Obama.



Un paio di settimane fa ho avuto la fortuna di incontrare Dan Wenk, il superintendent di Yellowstone in persona.
Una individuo che amministra il Parco Nazionale più importante degli USA - ma che dico, del mondo. Il quale Dan, nella gerarchia del potere, sta appena un gradino sotto a
Jonathan B. Jarvis, direttore del National Park Service, che abbiamo sentito proprio qui a Yellowstone vantarsi di essere culo e camicia con Obama, per intenderci. Jon sta infatti un gradino sotto allo U.S. Secretary of the Interior, che a sua volta sta un gradino sotto al Presidente.

Quella che vedete a sinistra e'  Mammoth Hot Springs, unico gruppo di case abitato e accessibile tutto l’anno entro confini di Yellowstone.Qui non abbiamo lo smog, e non c’è inquinamento acustico, se si escludono i coyote che ululano alle stelle, e i wapiti maschio che bramiscono alle loro femmine, con lunghe vocalizzazioni che partono dai toni più gravi fino a terminare con un improbabile e acutissimo fischio che puoi avvertire anche da lontano. Questi ungulati, che devono il loro nome originario agli indiani d’America, vennero impropriamente chiamati dai primi white men “Elk” (che in Inglese britannico significa invece Alce), per via delle loro dimensioni ragguardevoli.
Non avevano capito che si trattava semplicemente di cervi simili a quelli che abbiamo in Europa, ma senza dubbio più grandi del nostro Cervus elaphus (è vero, tutto è più grande qui in America).
Avete presente Bambi? Ecco lui e' uno di loro, un Cervus canadensis.

Insomma, questi wapiti, elk, o semplicemente cervi, sono in questa stagione la principale attrazione turistica del paese. Per tutta l’estate ho visto gruppi di femmine pascolare coi piccoli nei verdi prati che costeggiano l’hotel, gli uffici e le poche case dei dipendenti, e allungare il collo in cerca dei rami più bassi nel viale alberato.

Ma è ad ottobre che mi sono trovato di fronte allo spettacolo vero e proprio: il cosiddetto "rutting period". Che non è il tempo di rutti, bensi' la stagione del bramìto. I più grandi esemplari di bull elk scendono in paese sfoggiando i loro impressionanti palchi (o corna) alla presenza delle femmine e dei turisti attoniti.
Dico scendono in paese perché è proprio così: non li vedi solo pascolare sulle alture qua attorno, ma li puoi ammirare mentre sfilano in mezzo alle case e alla gente in cerca di cow elk, e guadagnare a colpi di palchi un harem con un numero di femmine proporzionato al loro rango, a cui daranno la propria discendenza.
Per poi sparire senza lasciar traccia di sé ai primi rigori dell’inverno (
prego le mie lettrici di non giudicare male questi individui, fanno solo il loro lavoro).

Dicevo. Il bramìto dei wapiti non è certo un problema da non dormirci la notte, e mi sono ormai abituato a questa specie di ragli tanto da non farci più caso.
Ma ci sono però altri effetti collaterali che derivano dalla loro presenza ravvicinata. 


*  *  *

Lorenzo vs.  Elk Bull.


E’ notte. Dopo una intensa giornata spesa come runner ufficiale (traducasi jolly tuttofare) alla "Greater Yellowstone in Transition" , mi dirigo stancamente, verso mia auto.
(Sul perché io, che a Torino mi spostavo in bici, abbia improvvisamente sentito il bisogno di possedere un’auto e in particolar modo un fuoristrada c’è molto da dire, ma non ora.)
Nel buio della notte, noto con sconcerto tutt’attorno alla mia Isuzu una quarantina fra femmine, piccoli dell’anno, e giovani di wapiti che sonnecchiano.
In mezzo a tutte cow elk non poteva che esserci Lui, indiscusso leader per rango e dimensioni, un enorme esemplare di maschio dominante di 1000 libbre e sette punte per palco, che in queste settimane ha sfogato il suo impeto verso 47 fiancate di auto di guidatori imprudenti, che si accostavano per poterlo ammirare da piu' vicino (e' proprio Lui nella foto a sx)

Dopo due approcci falliti, ho fatto svegliare di soprassalto alcune femmine, le quali, alzandosi di scatto, hanno attirato l’attenzione delle altre. In breve insomma mi sono trovato in mezzo a una reazione a catena che non avevo calcolato.
E ovviamente Lui se l’è presa con me. Come dargli torto.
E’ distante, più delle 25 iarde raccomandate dai rangers. Ma si sta dirigendo verso di me, ed è meglio mettere qualche altra iarda tra me e lui. Decido quindi di lasciar perdere per ora e mi allontano. Ma lui continua ad avvicinarsi sempre di più.
Insomma, dopo un breve e facile inseguimento, mi sono ritrovato letteralmente
spalle al muro
contro un’abitazione.

E qui ci vuole un attimo di SUSPENSE!

1... 2... 3...  vabbuo' voi contate fino a 10, io nel frattempo vado avanti.

Mi precipito sulla scalinata che porta all’ingresso, e lui si ferma prima. Sette gradini separano me da lui, ma lui allunga il collo e il suo palco di un metro e mezzo mi sfiora. Quattordici punte affilate mi minacciano, e io, senza il tempo di pensare, salto sulla ringhiera, e mi metto in piedi schiena al muro.

Ragazzi, mi raccomando, non fatelo a casa!

Per nulla rassegnato, lui mi viene di lato e le sue corna mi cercano di nuovo.
Io perdo l’equilibrio e sono costretto, per non cadergli addosso, a saltare giù davanti l’ingresso, dov’ero prima. Sono sotto scacco, e qualsiasi mossa io faccia, lui mi minaccerà di nuovo. Non c’è via d’uscita, lui non se ne andrà finché non mi avrà dato una lezione per avergli spaventato il branco di femmine, le sue femmine!
Mentre le sue corna mi stanno per raggiungere di nuovo, la mia mano cerca disperatamente la maniglia, senza le dovute misure di educazione che impongono di suonare il campanello.
Provo a girare e.. la porta si apre! Entro di schiena, e sbatto contro un’altra porta.
Ora, le case qui hanno due porte.  Una è una zanzariera e l’altra è la porta vera e propria. Ma la veemenza con cui sono entrato mi ha fatto aprire entrambe.
Come se non bastasse sento abbaiare da dentro, ed il pensiero che possa essere uno di quei cani che fa bene il suo mestiere per tenere a bada gli intrusi mi spaventa quasi quanto il bull elk là fuori, il quale è ancora lì, possibilmente ancora più arrabbiato di come mi sia defilato senza riuscire a insegnarmi le buone maniere a modo suo.
E allora richiudo la seconda porta alle mie spalle, pigiandomi nell’angusto spazio tra le 2 porte.
Mentre sono in questa situazione di merda ecco comparire il cane: un simpatico labrador nero che mi si avvicina scodinzolando.
Sospiro di sollievo. Mi fa pure le feste!

 Il cane senza volerlo ha comunque fatto il suo dovere segnalando la mia invasione, ed ecco che mi sento chiamare da dentro “WHO are you?
Ora, se è vero che in America puoi sparare a chi invade la tua proprietà privata, aver fatto irruzione alle 10 di sera nel salotto di questo signore potrebbe essere la premessa di una esecuzione nel pieno rispetto della legge. Oltretutto mi trovo nel piu' conservatore degli Stati, dove spesso mi scambiano per un appartenente alla razza dei latinos, magari immigrato irregolare e pertanto preso di mira. Io mi limito a rispondere “Uno inseguito da un bull elk!” E la voce si fa più minacciosa “Dimmi la verità, cosa sei venuto a fare qui?" Continua a parlarmi dall’altra stanza ma non lo vedo comparire.
Dev'essere uno di quelli che hanno appesi al muro una serie di fucili da caccia, pistole e quant'altro, e non ha ancora scelto con quale arma da fuoco darmi la sua, di lezione.
Ma appena arriva lo riconosco: e' il SuperIntendent di Yellowstone in persona!
Lui mi vede agitato e si calma.
E' sufficiente che si affacci alla porta per capire cosa sono venuto a fare a casa sua: nel buio della notte si staglia davanti ai nostri occhi un enorme trofeo di cervo, illuminato nel suo splendore dalla luce dell'ingresso, e che sbuffa e ruota impaziente a destra e sinistra con il suo palco a 14 punte.
Protetto dalle mura domestiche, mi rendo conto di come sono stato fortunato a vederlo da cosi vicino senza rimanerci, e la paura fa spazio a una riverente ammirazione per tale spettacolo della Natura.
 
Il Direttore è una persona molto cool.
Mi chiede chi sia e cosa ci faccia a Yellowstone: “Where does your accent come from?”
Cerca di tranquillizzarmi, e non devo scusarmi per quello che ho fatto: “lo avrei fatto anch’io piuttosto di farmi incornare”.
E così dopo le dovute presentazioni e convenevoli, mi accompagna alla sua uscita sul retro.

Appena ci sporgiamo dalla porta lo vedo di nuovo fare capolino, come se sapesse dell'uscita secondaria.
Ma e' solo un'impressione. Dopo aver aspettato altri 5 minuti, lo vediamo impegnato a seguire, annusandole il didietro, una delle sue tante femmine, le quali sono tornate da lui. E in mezzo a tutto quel pilu di cow elk lui e' di nuovo rilassato e sembra essersi dimenticato di me. 
Mi congedo dal Direttore, il quale mi saluta con un “torna pure, quando serve!”. E me vado a piedi all'unico pub di Mammoth, a raccontare la mia storia e farmi qualche birra per dimenticare.
E a far passare il tempo, perché prima o poi dovrò pure entrare in quella maledetta macchina per tornare a casa!